Una giornata

Una giornata come tante. Ecco cos’è stata. Il rientro a scuola, forzato dentro un’auto che avrei preferito non guidare, resa più sopportabile dal primo degli ZZ Top a un volume poco oltre il rilassato; rivedere vecchi colleghi, sentire i cori d’esultanza dei ragazzi passando davanti a una porta, ritrovare gli angoli familiari di posti noti, la fila di pioppi che tremano esitanti lungo il fosso color petrolio; tornare a casa, mangiare, godersi col caffè un piccolo cupcake grande quanto un tappo di spumante con sopra una candelina, leggere in pace un Maigret d’annata, di quelli con la copertina di Pintèr, un momento di estraniazione teletrasportato lungo i canali della Marna a guardar passare le chiatte cariche di ghiaia. E poi due passi in paese, mentre loro ti vanno a comprare un libro che sai già che ti farà felice; godersi l’aria fresca e inspiegabilmente asciutta, cenare con quel che c’è trasformandolo in una festa, stappare una bottiglia di rosè e pensare per un momento a Montale; Fabio, non Eugenio, che c’entra Eugenio? Uscire a buio fatto perché l’acqua è finita, arrivare al Fontanaccio accompagnato dalla dolce voce di Edie Brickell e constatare che fa ancora caldo e che è lo scrosciare ininterrotto dell’acqua a rinfrescare la faccia; dire buonasera a degli estranei, inciampare al buio senza farsi male, sorridere perché è per guardare in cielo che hai inciampato; perché le nuvole chiazzano la notte di luce come meduse sotto al pontile e non ti fanno vedere le stelle ma va bene lo stesso.
Non penso a quanti anni siano, ma a raggiungere il letto, dove siamo insieme. Il letto è morbido, ed è piacevole condividerlo. Anche dormire, con queste premesse, è un gran regalo.
Buon compleanno, Ale.
P.S.: Il libro, lo sapevo, mi ha reso felice.

Un angolo di Giappone

C’è, nel complicato scorrere dei miei giorni, un angolo di Giappone. Non in senso fisico, di spazio; non ho un’aiuola di ghiaia da pettinare a margine del giardino né furin che penzolano nella veranda in attesa di una brezza che non soffia mai. Si tratta di un luogo mentale che emerge all’improvviso trascendendo la fisicità e il deliberato confinare per sbocciare inaspettato nelle maniere più disparate; è sentire che qualcosa cambia, l’inevitabile trascorrere del tempo; è ascoltare le rane, a notte ormai fatta, che accompagnano il suono della tua passeggiata notturna; è percepire il passaggio delle stagioni, l’aria fresca di settembre, attendere l’autunno, desiderare novembre; è foderare inconsapevolmente il libro che sto leggendo oggi, per discrezione o – piuttosto – per non ostentare; è l’elogio della manualità, respirare trucioli di legno, la polvere del vialetto, riparare un oggetto che ti hanno chiesto di buttare; è prendersi cura delle piante, seminare come forma di speranza, come santificazione del futuro; è – proprio come stamani – stendere i cestelli ad asciugare e combattere un’improvvisa nostalgia prima di abbandonarvicisi e lasciare che il sole faccia il proprio lavoro.

Per me l’angolo di Giappone è tutto questo. Non la mitizzazione di una cultura, non l’essere otaku di quella stessa società che il concetto di otaku ha generato, rifocillato e porto con affettata gentilezza a un incantato Occidente.

Non occorre fingere di essere giapponese; è un diverso sentire nei nostri stessi gesti quotidiani; qualcosa che le foglie di quel novembre hanno cambiato, per sempre.

La Casa degli Omini

Quando ci siamo trasferiti, nonostante tutti i problemi dovuti al rumore, all’umidità, al fatto di vivere in un condominio bizzarro e a tutto l’inquinamento che l’incrocio della provinciale può portare in casa, un po’ di nostalgia ha iniziato a farsi sentire. Non tanto perché in quella casa abbiamo mosso i primi passi come famiglia, quanto perché la follia psichedelica di vivere attorniati da quindici semafori ne ha caratterizzato il nome e l’essenza stessa. Quindici, alcuni abbattuti dal vento del marzo 2015, altri affiancati da telecamere girevoli proprio all’altezza del terrazzo, sempre lì con noi a colorare le serate, a illuminare le stanze, a regalarci spettacoli scintillanti di pioggia battente che ci rimbalza sopra o ondeggiare pericolosamente durante le burrasche; quindici buffi dispositivi che hanno dato a quell’appartamento l’ormai familiare nome di “Casa dei Semafori”.

La casa in cui ci siamo trasferiti è diversa. Niente condominio, un ingresso al piano terra, un giardino intorno, e nonostante ci troviamo a margine di una rotatoria (niente semafori dunque) il traffico sembra distante, un po’ per la siepe e un po’ per gli infissi nuovi e piuttosto efficienti. Restava il dubbio di come chiamarla. Come mi riferisco a questa casa, nel parlarne con gli altri? Come determino l’esistenza di questa casa come luogo e non solo come edificio in cui vivere? Potevo fare riferimento al fatto che ci sono due numeri civici distinti, uno attuale e uno appartenente alla vecchia numerazione dismessa. O alla rotatoria, e alla grottesca scultura bronzea di un gallo che sormonta un enorme nocciolo di pesca in marmo che ne segna surrealmente il centro. O ai due enormi pini che fiancheggiano il cancello d’ingresso e incombono minacciosi sul tetto.

Il dilemma mi divorava finché uno di questi giorni, nel salotto in cui una ampia e luminosa finestra a scorrere mi invita a godermi la luce bassa del tardo pomeriggio, non ho scorto loro.
Gli Omini.

Stanno lì, immobili, e guardano dentro. Lo so, che guardano dentro. Scioccamente indifferenti, come se davvero dovessero segnalare la presenza della pista ciclopedonale o dell’attraversamento stradale, sono girati verso casa e cercano il mio sguardo. Altrimenti per quale motivo il cartello avrebbe quella posizione? Il comune vuole forse ricordarmi che, se esco di casa, posso attraversare la strada? No. Sono loro, gli Omini, che cercano complicità, qualcuno con cui scambiare un’occhiata, un cenno di approvazione per il loro lavoro, un rapido riferimento al tempo che va peggiorando o al sole che timido si fa vivo di nuovo dopo una settimana di pioggia.

Ormai siamo amici, specialmente con Uno. Sì, li chiamo così: Uno, Due e Tre, i tre omini che su questo lato della rotatoria fanno comunella e guardano cosa succede in casa, se adobbiamo per il Natale o se prepariamo qualcosa di buono. Uno è proprio di là dalla siepe, è un tipo tranquillo, riservato ma simpatico; se volete ve lo presento, basta che passiate a trovarmi qui, alla Casa degli Omini.

Matrimoni

Capita.
Capita che tua sorella si sposi, che gli amici arrivino dall’Inghilterra, che tu riveda persone che non vedevi da un pezzo.
Capita che si faccia una bella festa, si rida, si scherzi, si beva, si mangi e si cammini a piedi nudi, attenti che le bimbe non si lancino in piscina, ma non troppo. E quel cesso di compattina che hai portato tira fuori qualche immagine che non so se sia bella, ma sono certo che descriva bene la giornata. Tanti auguri!

L’ultimo giorno di scuola


E così anche quest’anno scolastico è finito, tra gli applausi dei ragazzi, suppliche di tornare l’anno prossimo e proposte di petizioni per la riconferma. Sarebbe bello che i ragazzi potessero decidere, o che potessero almeno avere voce in capitolo; un po’ in nome della continuità didattica di cui si parla come si può parlare di Babbo Natale, un po’ perché forse ne sanno più loro di un’arida e triennale graduatoria provinciale, un po’ perché ci sono colleghi in gamba con cui fare squadra e le squadre non le smembri ogni sei mesi. Però c’è la Buona Scuola (dice) a pensare a tutto; quella che per accedere al percorso propedeutico all’insegnamento ti chiede non solo di avere già le competenze che il percorso ti dovrebbe insegnare ma disconosce in blocco quelle acquisite, che invece qualche anno fa riteneva fondamentali per poterti laureare ed esercitare una professione.
Comunque chi se ne frega, ho preso il bicchiere più grosso che ho, doppia dose di Bombay, tonica, limone, menta fresca e rim salato.
In bocca al lupo, ragazzi.