Relax

Tra i miei concetti di relax c’è questo; un platano, prato asciutto su cui sedersi, la linea del tronco che si raccorda col terreno e ti permette di stare appoggiato comodamente, a metà mattinata, dopo un caffè corretto sambuca (al vetro) e una sfoglia al riso, con una rondella di kentucky in una buona pipa e l’arietta che ti salva dall’afa. Alzi gli occhi in alto e vedi questo. Rami, foglie, la certezza di qualche minuto in santa pace.
Lo pensavo prima, che ne ero distante, l’ho pensato da adulto e professionista, da lavoratore “di fatica” e continuo a pensarlo ora che da un anno lo sono anche io: quello dell’insegnante, nonostante le rotture di coglioni, i tempi morti, la pesantezza di testa in certe giornate, le assurdità e le incongruenze, certa intollerabile incompetenza e fortunatamente poche piccole frustrazioni del tutto tollerabili, beh, quello dell’insegnante è un mestiere privilegiato.
Datemi retta.

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Good Vibrations

good

Poco più di cinquant’anni fa, nell’ottobre del ’66, usciva Good Vibrations. Immerso in un periodo decisamente fecondo della storia dei Beach Boys e soprattutto del poliedrico Brian Wilson, quello che agli occhi di tutti, allora e nei decenni a venire, sembrò ed è sempre sembrato un commerciale pezzo di surf rock destinato al consumo radiofonico e in generale a una fruizione “leggera” è, a un’analisi più profonda e nel cuore degli appassionati, un piccolo gioiello musicale. I tre minuti e trentanove secondi di Good Vibrations, allora dichiaratamente architettati per costituire quella che lo stesso Wilson definì una “pocket symphony”, rappresentano quanto di più complesso la musica, le tecniche di registrazione e sovraincisione e le sperimentazioni sonore potessero offrire all’epoca. Basti pensare che per quella manciata di secondi le ore di registrazione da cui distillare, concentrare e spesso estrarre un singolo suono furono oltre novanta, con sezioni vocali di pochi secondi, spesso anche meno di cinque, contenenti fino a trenta overdub. Le tecniche di sovraincisione furono portate all’estremo e la sperimentazione di Wilson sui nuovi suoni iniziata col precedente “Pet sounds” – in cui vennero utilizzati campanelli da bicicletta, campionamenti di cani, bottiglie di Coca Cola e una miriade di altri suoni inconsueti – e approdata in questo “Smiley smile” ridotto all’osso nel quale si sente persino Paul McCartney che mastica carote, giunse al suo geniale apice espressivo. Ci sarebbero voluti ancora più di quarant’anni perché Brian Wilson decidesse di presentare, anticipandolo con una tournee solista, quello che SMiLE – il più evanescente concept album della storia del rock e originario contenitore di Good Vibrations – era finalmente diventato, sebbene piuttosto differente da quanto inizialmente concepito. La successiva pubblicazione, nel 2011, delle “Smile sessions” che avrebbero dovuto quantomeno dare un’idea approssimativa di cosa SMiLE avrebbe potuto essere nel ’67, non fecero che confermarmi quello che in definitiva avevo sempre pensato: Good Vibrations È SMiLE. Quel pezzo è tutto ciò che veramente ci resta di un album che nessuno mai potrà più ascoltare.
Così, quando sento liquidare i Beach Boys come un gruppetto di surfisti o come musica da tre soldi, specialmente in un’epoca in cui la musica da tre soldi straborda da ogni canale radiofonico e televisivo, non mi arrabbio neanche. Penso a Good Vibrations, a Brian Wilson, e sorrido compiaciuto della certezza che il vecchio Brian, con tutta questa sovrabbondante, superflua cacofonia musicale e un Ampex a otto tracce, potrebbe perfino creare un nuovo scintillante gioiello.

Just like Ueno

sushi

Esattamente sei anni fa passeggiavo per le strade di Ueno, il quartiere popolare di Tōkyō, e ogni anno quando arriva novembre non faccio che girarmi in qua e in là per guardare le foglie sugli alberi, pensando che a pranzo, col freddo che ormai è arrivato, una bella ciotola bollente di udon non sarebbe poi male. Così oggi, in pausa pranzo, giusto per alimentare questa specie di nostalgia sognante, ho deciso di fare qualcosa di tipicamente giapponese: comprarmi il bentō al supermarket. Certo, non è un piccolo konbini e la birra che ci bevo insieme non è una Asahi ma concettualmente è davvero tutto perfetto. Mangiare fuori casa, il sushi spogliato di quella costosa sacralità che noi gaijin riteniamo necessaria per poterlo considerare buono, l’accoppiata classica con una birra o con l’acqua fredda e non con bevande assurdamente esotiche come un sake, tutto questo è così giapponese. E piccole sciocchezze come il contenitore per la shōyu a forma di pesce esattamente come trovereste laggiù o su un volo della JAL, mangiare su una panchina sotto platani attentamente potati ad ombrello e coreografati con bastoni di legno a dare il giusto verso a ciascun ramo, rendono un pranzo di un quarto d’ora simile a una macchina spazio-tempo.
Basta poco.
È che noi, quaggiù, mitizziamo tutto; l’esatto contrario dell’approccio giapponese, che fa dell’ordinario la massima straordinarietà.
Come un pezzetto di pesce su un pugnetto di riso. 
Exactly six years ago I was walking through Ueno streets, in Tōkyō’s working class district, and every year when November comes I turn my head around looking at the leaves on the trees, thinking that in this cold weather I wouldn’t dislike a hot bowl of udon. So today, at lunck break, just to feed this sort of dreamy nostalgia, I decided to do something tipically Japanese: buying my bentō at the supermarket. Sure, t ain’t a small konbini and the beer I drink with it is not an Asahi but everything is really conceptually perfect. Having my lunch out, that sushi deprived of that expensive sacredness that we gaijin believe to be necessary to be able and rate it good, the classic pair with a beer or cold water and not with weirdly exotic drinks like sake, all this is so Japanese. And little trifles like the small fish-shaped shōyu bottle as you can find there or on board of a JAL flight,having lunch on a bench under carefully pruned plane trees which someone arranged with wooden sticks to direct each single branch, transform a fifteen minutes lunch in a space-time machine.
It’s enough.
The fact is that we, here, idealize everything; the exact opposite of  the Japanese approach, which finds the greatest uniqueness into the ordinary.
Just like a bit of fish on top of a handful of rice.

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Pasta con melanzane al pesto di menta e agrumi

P1090686Ci ho messo un po’, d’accordo, ma l’avevo promesso. E poi ero sempre al lavoro, quindi non prendetevela con me. Ecco: la ricetta della pasta con le melanzane al pesto di menta e agrumi.
Certo, non vi aspetterete le quantità, spero. Le quantità sono per chi fa la Settimana Enigmistica e per quelli che prendono la cucina come una scienza esatta. Se volete le quantità per cucinare un piatto di pasta per quel che mi riguarda non dovreste mettere piede in cucina.
La pasta compratela buona; non lamentatevi di una pastasciutta cattiva se pretendete che un condimento riesca a nobilitare la pasta del discount da venti centesimi il chilo. Non esiste. Oppure se pensate che esista avete dei problemi neurologici e vi consiglio di farvi vedere.
P1090685Le melanzane invece vanno tutte bene, a patto che siano delle buone melanzane, sode, sane e non coltivate su un cumulo di diossina; a me personalmente piacciono quelle striate ma nell’orto ho quelle nere lunghe e uso quelle che ho perché so cosa sono e perché sono buone. Si batte finemente a coltello un pezzetto di cipolla (posate quella mezzaluna o vi mozzo un dito), si mette in padella un filo d’olio e si fa appassire la cipolla mentre si scubettano le melanzane. Non occorre sbucciarle, anzi, meglio se la buccia resta. I cubetti vanno fatti piccoli perché così le melanzane cuociono meglio e condiscono meglio la pasta. Si buttano in padella a fuoco vivo; in genere assorbono istantaneamente l’olio per cui è meglio girarle bene con un mestolo per fare in modo che l’olio si distribuisca uniformemente. Quando le melanzane sono pronte inizieranno a rilasciarlo piano piano. Un pizzico di sale, coperchio, un occhiata e una mescolata ogni tanto.
P1090684Nel frattempo si prepara il pesto con la menta. Serve un bel mazzetto di menta fresca, qualche mandorla o un po’ di pinoli, olio, sale, parmigiano, succo di limone e la scorza degli agrumi che avete a disposizione. Tassativo il limone, facoltativi gli altri; io ho a disposizione una gran varietà di piante di agrumi: limoni, cedri, pompelmi, aranci, mandarini e clementine in vari stadi di maturazione, così per esempio posso aggiungere al limone anche l’arancia acerba e dare una nota più particolare. Si staccano le striscioline di scorza col pelapatate, si elimina eventualmente l’albedo – anche se usando il pelapatate in genere l’albedo resta attaccata al frutto – e si sminuzza a coltello. Non fatevi tentare dalla grattugia; con la grattugia metà dell’olio essenziale resta attaccato lì e soprattutto è impossibile che si riesca a escludere del tutto l’albedo, col risultato che il pesto viene insipido e amaro. Poi si trinciano grossolanamente col coltello anche la menta (dopo aver gettato i gambi) e le mandorle o i pinoli e si inizia a lavorare al mortaio, tutto insieme agli altri ingredienti, fino a ottenere una consistenza cremosa che può essere regolata aggiungendo o meno un po’ d’acqua, a cucchiaini. Di fatto è un pesto come quello tradizionale, mica nulla di esotico.
Sono sempre stato scettico sul mortaio, perlomeno finché non ho provato, promettendo a me stesso “mai più pesto col frullatore”. Il mortaio, mi sono reso conto, ha due consistenti pregi rispetto al frullatore; primo: lavorando lentamente scalda meno il pesto e non degrada i composti aromatici; secondo: l’azione di compressione del pestello, a differenza della lama, agisce sul piatto delle foglie schiacciandole e contribuendo a liberare nell’emulsione un quantitativo ben maggiore di oli essenziali, per cui il pesto al mortaio risulta più profumato – anche se meno durevole – rispetto a quello fatto col frullatore.
La pasta l’avrete cotta, nel frattempo. Almeno spero. Scolatela al dente, buttatela gocciolante nella padella con le melanzane che nel frattempo avranno assunto una consistenza semisolida, una specie di purea molto grossolana; date un’energica mescolata, saltatela, strapazzatela, unite il pesto di menta. Una macinata di pepe nero non guasta. A chi piace il peperoncino se lo ficchi pure dove meglio crede, è un condimento delicato questo e per quanto io adori il peperoncino non ce lo metterei manco morto. Ammessa invece la razione extra di parmigiano, per topi e golosi. A dire il vero io ogni tanto metto anche un po’ di pecorino romano, ma senza esagerare.
Tutto qui, cos’altro?

La risposta

P1090692E così decidi di fare la stagione, di infilarti in un’infernale bolgia di cibo, spazzatura, piatti, pentole, vapore, urla, acqua sporca, rumore assordante e fatica.
Ti domandi a volte chi te l’ha fatto fare.
E la risposta, come sempre, arriva quando meno te l’aspetti; quando l’improbabilità rasenta l’infinito, proprio là, in fondo a un sacco della spazzatura.
L’unica risposta.

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Rebirth

Tre anni fa ho acquistato una pipa, su eBay. Una di quelle pipe senza valore che con meno di venti euro ti porti a casa. Il venditore, che ne stava proponendo uno stock, è stato così gentile da mettere nel pacchetto anche una seconda pipa, rimasta invenduta nella serie di aste.
Una pipa orribile, a dire il vero; rusticata a caso e verniciata con la peggior coppale marina che un carpentiere navale potesse usare per il retro dei paglioli di un gozzo.Eccola.
 Three years ago I bought a pipe, on eBay. One of those worthless pipes you can buy and bring home with twenty euros. The seller, who was selling a stock, was so kind to add a second unsold pipe, as a gift.
An awful pipe, to be honest; with a random rustic finish and painted with the worst naval flatting a ship carpenter could use for the bottom of a skiff’s floor.

Here it is.

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Così la pipa è rimasta nella scatola delle pipe per tre anni, finché non mi è venuto in mente che forse avrei potuto recuperarla.

L’ho presa, fotografata e aggredita.

Con un po’ di lavoro di raspa, lime, carta vetrata e lana d’acciaio, ho addrizzato e levigato quel fornello orrendo, recuperato la rettilineità del bocchino, corretto sbavature e raccordi e alla fine la pipa è diventata così..

So the pipe stayed in my pipes’ box for three years, until I suddenly thought I could bring it back to life.

I took, photographed and assaulted it.

With some filework, sandpaper and iron wool, I straightened and smoothed that horrible bowl, recovered the straight stem line, fixed burrs and connections and at last the pipe became as you see.

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Ho dovuto lasciare alcuni segni della rusticatura per un paio di buoni motivi: primo, per non assottigliare eccessivamente le pareti del fornello; secondo, perché tutto sommato mi piaceva l’idea che la nuova finitura mantenesse il ricordo di cos’era stata prima dell’intervento. Una sorta di memoria storica.
La lucidatura è fatta a mano, con panno di cotone e cera d’api.
Mentre scrivo l’ho accesa per la prima volta. È piacevole da tenere in bocca, è una nuova pipa. Non l’ho fatta io, certo, ma c’è un bel po’ di soddisfazione dietro.
A volte certi regali nascondono altri doni.

Basta saperli trovare

I had to leave some bites of the previous rustic finish for at least two good reasons: first, not to excessively thin the bowl’s sides; second, because all in all I liked the idea that the new finish could show the memory of what that pipe was before its restoration. Sort of a historical memory.
Then I finished it by hand with a cotton cloth and beeswax,
While writing I lighted it for the first time. It’s a pleasure too keep it in my mouth, it’s a new pipe. It wasn’t me who made it, sure, but I’m quite satisfied.
Sometimes some gifts hide other gifts.

You just have to find them.