Il primo lunedì del mondo

E’ uscito “il primo lunedì del mondo“, il nuovo album dei Virginiana Miller e – ve lo devo dire? – era l’ora! L’uscita di fuochi fatui d’artificio qualche anno fa mi procurò shock sinaptici inattesi. Io me li ricordavo in una remota puntata di Help dei primi anni ’90, di fronte a un lezioso Red Ronnie, con tutto il sapore della novità. Per me, sentire un gruppo che cantava di stazioni tirreniche al sole, era qualcosa di delirante; come se un pezzo di casa si fosse catapultato in pubblico, davanti agli occhi di tutti; come se quella stessa dorsale ferroviaria tirrenica su cui transitavo bisettimanalmente si fosse guadagnata per qualche arcano motivo un posto nell’immaginario collettivo italiano. Da allora, da quel primo bellissimo riferimento alla vita sulla west-coast toscana, il buio. Complice l’oscurantismo del mercato discografico e dei mezzi di comunicazione. Fatto sta che fino all’uscita di fuochi fatui d’artificio i Virginiana Miller erano svaniti dal panorama musicale collettivo pur facendone parte attivamente. Oggi che esce il disco nuovo non nascondo le mie speranze; confido nel fatto che un così bel lavoro, forte anche dell’interconnessione con il nuovo cinema italiano, possa farli emergere da “giù dove non si tocca”.
Il primo lunedì del mondo è un’infilata di considerazioni che facciamo quasi tutti e che nessuno ha le palle o la voglia di esprimere apertamente; l’esternazione di ciò che siamo, di cosa ci condiziona, delle nostre speranze del cazzo e delle nostre ambizioni di mezzuomini. Eppure c’è spazio per la poesia, il gusto di giocare intelligentemente con le parole, l’armonia. Questo disco è una flebo di concetti necessari.
“Frequent flyer” apre il disco sconcertandoci, “Lunedì” – che è un capolavoro di arrangiamento – tronca col passato e ci dice di darci una svegliata, di spingerci oltre quelle “acque sicure” del pezzo successivo. Perché c’è spazio anche per i sentimenti, per le dubbiose corresponsioni emotive che aspettano “la risposta” e anche per le dichiarazioni incondizionate d’amore di quell’“angelo necessario” che urla disperato la propria onestà in un rapporto privo di equilibrio. E dall’altro lato, tutto sommato, ci siamo sempre noi, quella parte del nostro io che annaspa in un mondo di facili e cliccabili esternazioni per cercare di spiccare come mezzasega tra le mezzeseghe, con piglio d’artista o d’arguto intellettuale da bar. Non è vero che “l’inferno sono gli altri”: quando ce ne rendiamo conto ci stiamo già dentro. Se ne esce? Non so. Forse attraverso il catartico e autodistruttivo processo che ci spinge verso la ricerca dell’“oggetto piccolo (a)”, il premio per la nostra ottusa pervicacia, o tramite un’afasia indefinita, una stasi mentale da “cruciverba” che quantomeno ci anestetizza e non ci fa pensare al peggio. No, non sono io “il presidente”, anche se la musica ricorda insistentemente quello che avrebbero potuto essere oggi gli Snaporaz se solo qualcuno avesse permesso loro di emergere. Non sono un cazzo, io. Nessuno di noi, di fatto, è un cazzo al giorno d’oggi. E se davvero pensiamo che “la carezza del papa” possa servire a far crescere meglio le nuove generazioni, a dare loro qualche chance, beh, ci stiamo sbagliando di grosso.
Anche un calcio nel culo fa bene.
Se non altro, con moderazione, ci sveglia dal torpore.
“E’ la pioggia che va”, storico pezzo dei Rokes eseguito “su commissione” come spiegano gli stessi VM, oltre a risollevarci da questo psicologico cazzotto nello stomaco, ci lascia tornare a sperare nel meglio.
E il meglio, per me, sarebbe che questo disco venisse ascoltato da tutti. Per riflettere.
Per goderselo, anche.

Il disco l’ho ascoltato e riascoltato sullo stream di Rockit.it, nei negozi fino al 2 aprile mi dicono che non lo si troverà. Mi toccherà fargli la posta; la volta scorsa furono oscuri complotti vaticani a frenare l’uscita, stavolta la stramaledetta SIAE. Poi dicono che uno se li scarica…

foto: Alessandro “RonJe” MelilloVirginiana Miller, festival OndaSuOnda 2007, San Vincenzo

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