Pasqua a Venezia

E così, sbattendocene delle pessime previsioni, dell’attesa marea di gente del weekend di Pasqua e di un generale stato di raffreddamento cronico trascinato per tutto l’inverno, appena iniziate le vacanze siamo andati a Venezia. Stavolta, contagiata dai miei taccuini sparsi in giro per casa, anche Elena ha deciso di portarne uno e Olivia, quattro anni a fine mese, ha preteso che gliene facessi uno tutto per lei che mi sono sbrigato a rilegare fornendolo di due robuste copertine in cartoncino con su scritto “SALE GROSSO”.
Venezia con una bimba di quattro anni ti costringe a numerose soste, ti impedisce di infilarti troppo a lungo in luoghi chiusi e ti fa apprezzare i piccoli dettagli.
L’insopportabile insalata russa di gente e bancarelle che affolla il ponte di Rialto lascia il passo, poco sotto, al Campo Rialto Novo, una piazzetta defilata in cui non va nessuno.
È stato bello fermarsi in Campo Morosini tra una pioggerella e l’altra a fissare sulla carta Niccolò Tommaseo e un vicino lampione, oppure schizzare veloci, in meno di un minuto durante una sosta del vaporetto, la Punta della Dogana che guarda dritto verso San Giorgio.
Cogliere l’inquietante espressione di una maschera del medico della peste (che non tutti sanno essere non una vera e propria maschera ma un abito professionale) o dedicare attenzione alle case di Campo S.Tomà piuttosto che alla chiesa.
Burano, così pittoresca e colorata, tanto scontata da farmi rifugiare in chiesa e cogliere il crocifisso drappeggiato in attesa della Pasqua.
Ma soprattutto, rientrati a Mestre, ciò che di più veneziano non c’è: i cicchetti e un’ombra di tocài, nella fantastica cicchetteria “El Bacaro” dove siamo tornati due sere di seguito.
Chi se ne frega se sabato ha diluviato, se piazza San Marco era mezza allagata da un inizio di acqua alta, se ci siamo inzuppati e arrabbiati con l’insostenibile calca di gente di questi giorni di festa. Venezia è sempre emozionante, anche se sono convinto che ormai sia cosciente di non voler offrire nulla di più di quanto millenni di storia possano già darci, come se dovesse già essere sufficiente e non si potesse far nulla per migliorare. La Venezia che odia i turisti e che senza turisti sarebbe deserta e sul punto di affondare. Un peccato, certo, ma la gioia di vedere una bimba di quattro anni che impazzisce di stupore nel vedere all’improvviso tutta quell’irrazionale bellezza, beh, quello ci ha ripagati a sufficienza.
Alla prossima, Venezia.

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