Chiba city blues

I primi deboli segnali delle radiazioni sono a Chiba, alle porte di Tokyo. Quella Chiba apocalittica dei racconti di William Gibson che in realtà non è che una città dell’area metropolitana di Tokyo piena zeppa di industria leggera e abitazioni. Come in una battuta di un noto film, potrebbe andare peggio: potrebbe piovere. E con la pioggia tutto quello che resta in sospensione aerea si spalmerebbe dolcemente a terra, indelebile.
Rifkin sostiene che con questo esempio il nucleare sia destinato a morire; tutto sommato se una nazione come il Giappone si trova nelle condizioni di non saper gestire un’emergenza significa che si tratta di una grossa emergenza. Giusto perché vi rendiate conto, a Tokyo dopo il terremoto, con il black-out e gli impianti d’allarme bloccati, non si è registrato un solo furto.
Noi abbiamo gli sciacalli non appena qualcuno starnutisce. I giapponesi mantengono la calma, cooperano, sopportano, si danno da fare e qualcuno di loro mette il culo in gioco e va a cercare di bloccare quei maledetti reattori in zone con tassi di radioattività centinaia di volte sopra la norma. Lo sanno, che prima o poi spunterà qualche tentacolo o si deformerà qualche arto. Sanno benissimo che il loro sangue non è più sangue. Ma del resto è l’unico paese che ha saputo risollevarsi da due esplosioni atomiche. Belliche, che è anche peggio.
Come si fa a pensare che noi sapremmo gestire una tale potenza? Noi che spediamo il pattume in Germania, noi che dopo due anni abbiamo ancora il centro dell’Aquila piantonato dai militari, che ancora dobbiamo dare una casa ai terremotati dell’Irpinia e del Belice.
Come si può essere così idioti da non capire che anche se ci affidiamo alla migliore delle tecnologie c’è sempre il rischio che qualcosa non funzioni? E magari non succede un incidente, ma le centrali si bloccano a catena, come le undici che si sono bloccate automaticamente in Giappone. Sapete, vero, cosa significa concentrare la produzione energetica in questo modo? Significa che se le centrali si bloccano è il black-out totale. Il caos collaterale è semplicemente inimmaginabile. Stessa infinita cazzata se si pensa alle folli proposte di infiniti campi di solare termodinamico nel deserto. Roba da citrulli.
La produzione di energia non può che essere distribuita, spalmata sul territorio, commisurata all’utenza. Ridurre la grande distribuzione, diventare quanto più autonomi.
E vi dicono che non basta, che non ce la facciamo.
Sapete perché non ce la facciamo?
Perché siete una massa di stronzi.
No, non fate quella faccia, è così. Dico a voi, voi che vi rifiutate di capire che non occorre produrre più energia ma consumarne meno. Voi gigantesche teste di cazzo che prendete il SUV per andare al bar a cinquecento metri dall’ufficio. Voi che condizionate anche la cuccia del cane perché – poverino – anche lui ha diritto al suo bel frescuccio, con questo surriscaldamento globale che gli stessi climatizzatori esasperano. Voi che siete tanto rincoglioniti da televisione e giornali da ritenere assolutamente necessaria tutta una serie di inutili orpelli senza i quali probabilmente vivremmo anche meglio. I ferri da stiro, la piastra per i capelli, i forni a microonde, i bollitori elettrici, le macchine del pane, i cuociuovo, il macchinone, le fruste elettriche, le vetrine accese di notte, i miliardi di inutili cazzate di cui il mondo cosiddetto civilizzato si circonda quotidianamente.
Basta.
Cercate di capirlo.
La soluzione non è produrre di più a un minor costo.
E’ smettere di fare gli imbecilli.
E toglietemi il broncio. Non ve la sarete mica presa per quella frase, vero? Non che me ne freghi qualcosa, comunque; non mi sembra che ci sia più il tempo di andare tanto per il sottile, tempo per lo sciocco bon ton, per la forma senza sostanza.
Questa, è crisi. Fino a oggi, era ricreazione.
Chi sputtana il futuro non ha voce in capitolo; quando toccherà a noi, saranno cazzi. Non passa giorno che non mi convinca un po’ di più sulla necessità dell’estinzione; è evidente che avesse ragione l’Agente Smith, ma mi piacerebbe sbagliarmi.
Dimostratemelo.

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