Scoop

L’indagine era doverosa, le voci circolavano da tempo ma eravamo ormai a un passo dalla verità. Matt aveva trovato la chiave. Era una sua specialità; scavare, cercare e analizzare finché non trovava l’informazione giusta, finché il meccanismo non si sbloccava permettendoci di entrare e fare il nostro lavoro. A quel punto ero io che memorizzavo ogni più insignificante particolare, che elaboravo la narrazione e trasformavo un’effrazione in una sottile dissezione della realtà rendendo inutile l’uso di registratori o appunti che del resto, in situazioni critiche, avrebbero potuto esserci sottratti o rivelare il nostro ruolo di reporter. Il palazzo governativo, a Roma, era un decadente edificio ottocentesco dalla curiosa pianta che si sviluppava su un angolo concavo, con gli stretti balconi che si sbriciolavano per l’incuria. Al quarto piano i corridoi erano tutti uguali e le porte indistinguibili l’una dall’altra se non per il numero d’ottone in rilievo come negli hotel di bassa categoria. Matt aveva ottenuto il numero. Era già un bel passo ma quello di cui avremmo avuto davvero bisogno era la chiave; non quella fisica, ovviamente, ma la chiave d’accesso. Perché le porte potevano essere violate, certo, ma nulla avremmo ottenuto se non fossimo anche riusciti a dargliela a bere. Dovevamo lasciar intendere di essere parte del giro per ottenere informazioni da scoop. Le voci che giravano erano agghiaccianti; non era il solito giro di prostitute, il solito bordello governativo a cui i tabloid degli ultimi vent’anni ci avevano anche un po’ abituati; qui si parlava di pratiche disgustose, estreme, gestite con meccanismi di massima riservatezza e codici lessicali a prova di intercettazione. In pratica dentro quelle stanze non si consumava ma si contrattava, si gestivano incontri e prestazioni recitando una parte. Non pensate a una roba alla “eyes wide shut”, no. Questi erano molto più allucinati: ognuno partecipava alle contrattazioni come se si stesse trovando a una seduta collettiva di psicanalisi, raccontando agli altri ansie e desideri e mettendo in un cesto i contanti destinati al pagamento della prestazione. Un gruppo di storditi depressi con una bella collezione di perversioni e feticismi. Sarebbe stato un articolo fantastico e uno sputtanamento generale; almeno così speravamo.
La chiave era un proiettile. Un proiettile di mitragliatore. Bisognava bussare alla porta, a quella giusta, e fare il gesto di infilarsi il proiettile nel naso. Un gesto grottesco ma inequivocabile e impossibile da fare per puro caso. Il nostro proiettile ci fece aprire la porta. La psichiatra, una rossa incapace di sorridere, con lunghi capelli mossi ricadenti sulla schiena, ci fece entrare in un piccolo corridoio lungo la facciata su cui si aprivano tre grandi e luminose porte finestre da cui si vedeva mezza Roma. Ci fece cenno di entrare in una stanza all’estremità del corridoio e Matt si avviò; io ero solo l’accompagnatore e avrei atteso là, nell’ingresso, ovviamente origliando ed elaborando mentalmente i dati raccolti. Matt era perfetto per il ruolo; un po’ perché l’aria del depresso ce l’aveva davvero pur non essendolo mai stato, un po’ perché il social engineering era una delle sue specialità. L’obiettivo non era ribaltare il tavolo ma pescare all’amo; un aggancio, ci serviva un contatto, uno dei pesci psicologicamente più deboli che avremmo poi potuto incontrare fuori da quel palazzo, facendoci raccontare con molta più calma e senza complessi codici verbali la sordida verità. Io nel frattempo guardavo fuori e prendevo le mire come fanno i pescatori per ritrovare le zone pescose. Dalla finestra a cui mi trovavo potevo vedere la cupola in allineamento perfetto col palazzo del governo e ci sarebbe voluto un secondo poi per identificarla di nuovo dall’esterno e scattare qualche foto. Uscii sul balcone per prendere una boccata d’aria e godermi il sole della tarda mattinata. Un pezzetto di balcone si sbriciolò e volò giù per quattro piani, frantumandosi al suolo. Dopo un quarto d’ora Matt era di nuovo fuori; la rossa lo accompagnò alla porta e mi invitò a seguirlo visto che questi spazi erano riservati ai “pazienti” e aveva già fatto un’eccezione a permettermi di aspettare dentro. Ringraziammo con un sorriso ammiccante che non ricevette alcun ricambio. L’avevo detto: incapace di sorridere. Queste donne sono degli squali.

“Insomma l’hai agganciata.”

“Sì. Una bionda. Un metro e ottantacinque, la classica modella in crisi bulimica e distrutta dal lavoro. Ci incontriamo per pranzo. Ovviamente ha capito benissimo di che si tratta, gliel’ho letto nello sguardo.”

“Fantastico.”

Ci aspettava all’angolo; nonostante nessuno avesse mai menzionato alcunché, i sottointesi sembravano urla, tanto erano eloquenti. Quella gente aveva perversioni disgustose e riusciva a gestirne il mercato non con degli eufemismi ma addirittura parlando d’altro. Nessuno nominava mai niente. Lei non era una cliente ma una… beh, un’erogatrice di servizi. Ecco, io dovevo usarli i giri di parole.
Sapeva sorridere e ci accolse senza il minimo imbarazzo.

“Matt mi ha detto che siete interessati a quello che faccio, che volete saperne di più.”

“E’ così. Converrà anche lei che si tratta non solo di un argomento insolito ma anche di una gestione quantomeno curiosa di tutto l’affare.”

“Certo, ma del resto come potremmo giustificare l’utilizzo di luoghi pubblici per scopi privati? Occorre arrangiarsi al giorno d’oggi, lei mi capisce vero?”

E si avviò lungo la strada. Io annotavo mentalmente ogni frase. Matt era con noi ma stavolta la scena era mia, l’intervista sapevo condurla meglio di chiunque altro. Potevo portarla ad ammettere cose che non avrebbe mai ammesso di fronte ad altri, probabilmente senza neanche accorgersene. Era manipolazione; forse un po’ scorretta dal punto di vista deontologico ma giustificabile per un caso del genere. Squillò un cellulare. Era quello di Matt: un cliente fedifrago aveva urgentemente bisogno di recuperare qualcosa, non capii esattamente. Matt dovette lasciarci frettolosamente; ci salutammo e scappò di corsa.

“Possiamo andare sul posto di lavoro mentre parliamo, è giusto a un paio di isolati; così potrai vedermi anche all’opera.”

“All’opera? Beh, francamente non me l’aspettavo ma se è lei a proporlo perché no?”

Sorrisi per nascondere l’inquietudine. A quanto pare nel suo boudoir non avremmo trovato un cliente: ne avremmo trovati otto! Li portava la servitù con grandi berline scure e li venivano a riprendere dopo l’ora di pranzo. Alcuni di loro, mi diceva, facevano tenerezza. Qualcuno neanche camminava e lei pareva entusiasta del proprio ruolo di dominatrice.
Che schifo. Immaginavo queste vecchie larve umane, forti della loro posizione economica e del loro ruolo di potere, approfittare di giovani e avvenenti ragazze per soddisfare le voglie malate di una vita meschina e giunta ormai a tre passi dalla fine.
Leggevo nel suo sguardo un’inquietante psicopatia tutta sorrisi e moine, come se in realtà qualcuno le avesse fatto il lavaggio del cervello e l’avesse convinta che prestarsi a fare quel genere di cose fosse la cosa più naturale del mondo. A quanto pare poi i guadagni erano eccellenti e anche questo in genere aiuta a buttare giù il boccone.
Nina, slovena ventiquattrenne, alta e non eccessivamente prosperosa, con un taglio corto di capelli dettato un po’ dalla comodità e un po’ dal desiderio di apparire meno infantile e debole di quel che era veramente, parlava con entusiasmo del suo ruolo.

“Quindi ogni mattina ne gestisci otto?”

“Beh non sono sempre sola, oggi è una giornata particolare; in genere siamo in tre, in questo modo possiamo organizzarci meglio e perché no, divertirci anche.”

Divertirci. L’avevano plasmata perfettamente. Il colloquio andava avanti mentre ci avvicinavamo al portone. Decisi di andare un po’ più a fondo. Ero passato velocemente anche io a un “tu” colloquiale e disinvolto; probabilmente anche questo faceva parte del suo mestiere, mettere a proprio agio i clienti ed eliminare le distanze.

“Dimmi, Nina, capita mai qualcosa di… ecco… fuori dall’ordinario?”

Non sapevo esattamente quanto essere esplicito ma pareva sveglia e disinibita quindi lasciai che fosse lei a guidare la conversazione.

“Dipende da cosa intendi. Quello che per te è fuori dall’ordinario – senza offesa, eh – per me potrebbe essere all’ordine del giorno. Non posso farti nomi per ovvie ragioni di riservatezza, comprenderai certo la situazione, ma posso dirti che alcuni di loro hanno solo una passione sfrenata per le coccole e ti confesso che a lungo andare diventa una noia. Altri però, un paio almeno, spesso me la fanno addosso; mi pisciano addosso senza la minima preoccupazione e sembra che ci godano alquanto. Uno, non soddisfatto di avermi cacato sul seno, si è anche divertito a spalmarla bene con i piedi…”

Ero già disgustato abbastanza e temevo la prosecuzione del colloquio. Eravamo di fronte al portone, un anonimo portone senza targhe né nomi sul campanello che comunque non funzionava da tempo.

“Potresti anche darmi una mano, se ti va” disse lei strizzandomi l’occhio mentre girava la chiave nella toppa.

Ingoiai la poca saliva che avevo in bocca mentre lei apriva la porta e mi precedeva nell’ingresso sfilandosi il cappotto. Appesi la giacca dopo aver richiuso il portone alle mie spalle mentre lei passava nella stanza accanto. Nell’aria si sentiva un odore molle e ovattato, latteo. Gemiti sommessi facevano da sottofondo mentre anche io varcavo la soglia ed entravo nella nursery. Otto bambini tra i tre mesi e i diciotto riempivano lo spazio. Giulia, la collega di Nina, sembrò sollevata dal vederla arrivare. Era in ritardo per l’appuntamento con l’avvocato. Salutò frettolosamente rivolgendo a me solo un sorriso e un cenno col capo, poi uscì in fretta e furia.

Ancora non riuscivo a riprendermi dallo shock. Nina aveva un bambino in braccio e stava togliendogli il pannolone.

“Sei tutto bagnato, vieni qui che ci andiamo a cambiare!” e rivolgendosi a me “Allora, che te ne pare? Carino qui no?”

A nessuno sarebbe interessato un articolo su un nido abusivo per figli illegittimi di politici e noti imprenditori. Non a fronte dell’aspettativa di una storia su perversi giri sado-maso nei palazzi governativi. Un bel giro d’affari, comunque, con l’esigenza di un elevato grado di riservatezza. Gli scandali oggi muovono più soldi del petrolio. Ci credo che quella gente va segretamente in analisi; anche io sarei distrutto con una famiglia che mi crede santo mentre tiro su un figlio che nemmeno sanno che esista.
E’ tutto un inganno, non esiste la verità.

Le notizie girano.
Il problema, capii a mie spese, è quando girano troppo.

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