Un angolo di Giappone

C’è, nel complicato scorrere dei miei giorni, un angolo di Giappone. Non in senso fisico, di spazio; non ho un’aiuola di ghiaia da pettinare a margine del giardino né furin che penzolano nella veranda in attesa di una brezza che non soffia mai. Si tratta di un luogo mentale che emerge all’improvviso trascendendo la fisicità e il deliberato confinare per sbocciare inaspettato nelle maniere più disparate; è sentire che qualcosa cambia, l’inevitabile trascorrere del tempo; è ascoltare le rane, a notte ormai fatta, che accompagnano il suono della tua passeggiata notturna; è percepire il passaggio delle stagioni, l’aria fresca di settembre, attendere l’autunno, desiderare novembre; è foderare inconsapevolmente il libro che sto leggendo oggi, per discrezione o – piuttosto – per non ostentare; è l’elogio della manualità, respirare trucioli di legno, la polvere del vialetto, riparare un oggetto che ti hanno chiesto di buttare; è prendersi cura delle piante, seminare come forma di speranza, come santificazione del futuro; è – proprio come stamani – stendere i cestelli ad asciugare e combattere un’improvvisa nostalgia prima di abbandonarvicisi e lasciare che il sole faccia il proprio lavoro.

Per me l’angolo di Giappone è tutto questo. Non la mitizzazione di una cultura, non l’essere otaku di quella stessa società che il concetto di otaku ha generato, rifocillato e porto con affettata gentilezza a un incantato Occidente.

Non occorre fingere di essere giapponese; è un diverso sentire nei nostri stessi gesti quotidiani; qualcosa che le foglie di quel novembre hanno cambiato, per sempre.

La Casa degli Omini

Quando ci siamo trasferiti, nonostante tutti i problemi dovuti al rumore, all’umidità, al fatto di vivere in un condominio bizzarro e a tutto l’inquinamento che l’incrocio della provinciale può portare in casa, un po’ di nostalgia ha iniziato a farsi sentire. Non tanto perché in quella casa abbiamo mosso i primi passi come famiglia, quanto perché la follia psichedelica di vivere attorniati da quindici semafori ne ha caratterizzato il nome e l’essenza stessa. Quindici, alcuni abbattuti dal vento del marzo 2015, altri affiancati da telecamere girevoli proprio all’altezza del terrazzo, sempre lì con noi a colorare le serate, a illuminare le stanze, a regalarci spettacoli scintillanti di pioggia battente che ci rimbalza sopra o ondeggiare pericolosamente durante le burrasche; quindici buffi dispositivi che hanno dato a quell’appartamento l’ormai familiare nome di “Casa dei Semafori”.

La casa in cui ci siamo trasferiti è diversa. Niente condominio, un ingresso al piano terra, un giardino intorno, e nonostante ci troviamo a margine di una rotatoria (niente semafori dunque) il traffico sembra distante, un po’ per la siepe e un po’ per gli infissi nuovi e piuttosto efficienti. Restava il dubbio di come chiamarla. Come mi riferisco a questa casa, nel parlarne con gli altri? Come determino l’esistenza di questa casa come luogo e non solo come edificio in cui vivere? Potevo fare riferimento al fatto che ci sono due numeri civici distinti, uno attuale e uno appartenente alla vecchia numerazione dismessa. O alla rotatoria, e alla grottesca scultura bronzea di un gallo che sormonta un enorme nocciolo di pesca in marmo che ne segna surrealmente il centro. O ai due enormi pini che fiancheggiano il cancello d’ingresso e incombono minacciosi sul tetto.

Il dilemma mi divorava finché uno di questi giorni, nel salotto in cui una ampia e luminosa finestra a scorrere mi invita a godermi la luce bassa del tardo pomeriggio, non ho scorto loro.
Gli Omini.

Stanno lì, immobili, e guardano dentro. Lo so, che guardano dentro. Scioccamente indifferenti, come se davvero dovessero segnalare la presenza della pista ciclopedonale o dell’attraversamento stradale, sono girati verso casa e cercano il mio sguardo. Altrimenti per quale motivo il cartello avrebbe quella posizione? Il comune vuole forse ricordarmi che, se esco di casa, posso attraversare la strada? No. Sono loro, gli Omini, che cercano complicità, qualcuno con cui scambiare un’occhiata, un cenno di approvazione per il loro lavoro, un rapido riferimento al tempo che va peggiorando o al sole che timido si fa vivo di nuovo dopo una settimana di pioggia.

Ormai siamo amici, specialmente con Uno. Sì, li chiamo così: Uno, Due e Tre, i tre omini che su questo lato della rotatoria fanno comunella e guardano cosa succede in casa, se adobbiamo per il Natale o se prepariamo qualcosa di buono. Uno è proprio di là dalla siepe, è un tipo tranquillo, riservato ma simpatico; se volete ve lo presento, basta che passiate a trovarmi qui, alla Casa degli Omini.

L’ultimo giorno di scuola


E così anche quest’anno scolastico è finito, tra gli applausi dei ragazzi, suppliche di tornare l’anno prossimo e proposte di petizioni per la riconferma. Sarebbe bello che i ragazzi potessero decidere, o che potessero almeno avere voce in capitolo; un po’ in nome della continuità didattica di cui si parla come si può parlare di Babbo Natale, un po’ perché forse ne sanno più loro di un’arida e triennale graduatoria provinciale, un po’ perché ci sono colleghi in gamba con cui fare squadra e le squadre non le smembri ogni sei mesi. Però c’è la Buona Scuola (dice) a pensare a tutto; quella che per accedere al percorso propedeutico all’insegnamento ti chiede non solo di avere già le competenze che il percorso ti dovrebbe insegnare ma disconosce in blocco quelle acquisite, che invece qualche anno fa riteneva fondamentali per poterti laureare ed esercitare una professione.
Comunque chi se ne frega, ho preso il bicchiere più grosso che ho, doppia dose di Bombay, tonica, limone, menta fresca e rim salato.
In bocca al lupo, ragazzi.

Babbo

La festa del babbo è trovare una strategia per fare in modo che nessuno turbi la tua pace. Il che, ovviamente, include far felice la mamma, che non avrà nulla per cui brontolare.
Quindi cosa c’è di meglio che preparare patatine fritte e moules marinières alla normanna (ovvero con una consistente dose di crème fraîche) accompagnati da una birra alsaziana fresca e abbondante?
Non fosse per il mal di gola e abbassamento di voce che mi tormenta da una settimana, il top sarebbe accendere la mia pipa preferita con una robusta carica di Virginia fermentato, ma non si può avere tutto. Accontentiamoci di quasi tutto.

Relax

Tra i miei concetti di relax c’è questo; un platano, prato asciutto su cui sedersi, la linea del tronco che si raccorda col terreno e ti permette di stare appoggiato comodamente, a metà mattinata, dopo un caffè corretto sambuca (al vetro) e una sfoglia al riso, con una rondella di kentucky in una buona pipa e l’arietta che ti salva dall’afa. Alzi gli occhi in alto e vedi questo. Rami, foglie, la certezza di qualche minuto in santa pace.
Lo pensavo prima, che ne ero distante, l’ho pensato da adulto e professionista, da lavoratore “di fatica” e continuo a pensarlo ora che da un anno lo sono anche io: quello dell’insegnante, nonostante le rotture di coglioni, i tempi morti, la pesantezza di testa in certe giornate, le assurdità e le incongruenze, certa intollerabile incompetenza e fortunatamente poche piccole frustrazioni del tutto tollerabili, beh, quello dell’insegnante è un mestiere privilegiato.
Datemi retta.

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Good Vibrations

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Poco più di cinquant’anni fa, nell’ottobre del ’66, usciva Good Vibrations. Immerso in un periodo decisamente fecondo della storia dei Beach Boys e soprattutto del poliedrico Brian Wilson, quello che agli occhi di tutti, allora e nei decenni a venire, sembrò ed è sempre sembrato un commerciale pezzo di surf rock destinato al consumo radiofonico e in generale a una fruizione “leggera” è, a un’analisi più profonda e nel cuore degli appassionati, un piccolo gioiello musicale. I tre minuti e trentanove secondi di Good Vibrations, allora dichiaratamente architettati per costituire quella che lo stesso Wilson definì una “pocket symphony”, rappresentano quanto di più complesso la musica, le tecniche di registrazione e sovraincisione e le sperimentazioni sonore potessero offrire all’epoca. Basti pensare che per quella manciata di secondi le ore di registrazione da cui distillare, concentrare e spesso estrarre un singolo suono furono oltre novanta, con sezioni vocali di pochi secondi, spesso anche meno di cinque, contenenti fino a trenta overdub. Le tecniche di sovraincisione furono portate all’estremo e la sperimentazione di Wilson sui nuovi suoni iniziata col precedente “Pet sounds” – in cui vennero utilizzati campanelli da bicicletta, campionamenti di cani, bottiglie di Coca Cola e una miriade di altri suoni inconsueti – e approdata in questo “Smiley smile” ridotto all’osso nel quale si sente persino Paul McCartney che mastica carote, giunse al suo geniale apice espressivo. Ci sarebbero voluti ancora più di quarant’anni perché Brian Wilson decidesse di presentare, anticipandolo con una tournee solista, quello che SMiLE – il più evanescente concept album della storia del rock e originario contenitore di Good Vibrations – era finalmente diventato, sebbene piuttosto differente da quanto inizialmente concepito. La successiva pubblicazione, nel 2011, delle “Smile sessions” che avrebbero dovuto quantomeno dare un’idea approssimativa di cosa SMiLE avrebbe potuto essere nel ’67, non fecero che confermarmi quello che in definitiva avevo sempre pensato: Good Vibrations È SMiLE. Quel pezzo è tutto ciò che veramente ci resta di un album che nessuno mai potrà più ascoltare.
Così, quando sento liquidare i Beach Boys come un gruppetto di surfisti o come musica da tre soldi, specialmente in un’epoca in cui la musica da tre soldi straborda da ogni canale radiofonico e televisivo, non mi arrabbio neanche. Penso a Good Vibrations, a Brian Wilson, e sorrido compiaciuto della certezza che il vecchio Brian, con tutta questa sovrabbondante, superflua cacofonia musicale e un Ampex a otto tracce, potrebbe perfino creare un nuovo scintillante gioiello.