Scomparse e coincidenze

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Questo pezzo parla di scomparse e di coincidenze.
Era il ventitré aprile 2010, ci sarebbe stato il concerto di Gianmaria Testa quella sera, a Grosseto. Appuntamento al Cassero Senese per il Festival Resistente, a meno che non piovesse, nel qual caso la serata si sarebbe spostata in un vicino circolo ARCI. La giornata si era rasserenata e nel tardo pomeriggio era uscito il sole, così fu istintivo andare a Grosseto senza pensarci troppo su. Al Cassero Senese, però, non c’era ombra di feste o concerti. Non una luce, un cartello, una sola persona. Fu così che ci ritrovammo a vagare all’ora di cena per una Grosseto semideserta e umida in cerca di una persona di buon cuore che potesse aiutarci. Gianmaria Testa era sparito, la festa era sparita, tutti erano letteralmente scomparsi. Ci volle una mezz’ora, poi riuscimmo a rintracciare un piccolo e affollatissimo circolo ARCI dove la serata fortunatamente ancora non era iniziata, e tutto finì nel migliore dei modi. Eravamo tutti a distanza di un abbraccio. Scattai poche foto, su un rullo di Neopan 1600 (una gran pellicola che ora non esiste più) a un improbabile tempo di scatto, poi rimasi a godermi il concerto. Poco tempo dopo scansionavo e stampavo quelle foto per spedirgliele in una grande busta gialla come ringraziamento per la bella serata. Avevo avuto un indirizzo da Paola, sua moglie e manager, e la busta con le foto giunse a destinazione dopo qualche giorno.
Oggi, a quasi sei anni da quella serata, Gianmaria Testa è scomparso di nuovo, stavolta senza appello. Se n’è andato nello stesso modo in cui faceva ogni cosa, con pacatezza, sottotono, quasi a non voler disturbare. Eppure ne aveva, di grinta. Nelle parole, nei pensieri. Una grinta che riservava alle cose importanti, come se dovessimo farne economia per i momenti di vero bisogno.
Così, come per tornare solo qualche attimo a quel ventitré aprile, l’altro ieri ho preso l’album dei pergamini – dove archivio ogni rullo scattato in rigoroso ordine cronologico, numerando ogni foglio progressivamente – e mi sono messo a cercare quelle foto.
Nulla.
Di quelle foto non c’era traccia. Erano scomparse.
Eppure non potevo essermi sognato tutto; ricordavo quanti scatti avessi fatto, con quale macchina, ricordavo perfettamente le stampe e il messaggio di ringraziamento di Paola. Eppure i pergamini parlavano chiaro: a novembre di quello stesso anno sarei andato in Giappone, quindi le foto del Giappone dovevano essere posteriori. Nell’estate dell’anno precedente era la volta della Croazia. Un intervallo temporale definito da scatti inequivocabilmente databili ed eseguiti con certezza su pellicola visto che, proprio in Croazia, la mia unica macchina digitale era anche lei scomparsa. Non ho mai chiarito con certezza come, ma quello che è certo è che le foto dovevano stare là, in quei fogli di carta traslucida. Eppure non c’erano. Iniziai a ispezionare i rulli successivi e quelli precedenti, casomai avessi rimandato lo sviluppo di qualche settimana, ma l’ordine cronologico restava rigoroso e non mancava nessun foglio all’appello; ogni numero segnato col lapis a margine del pergamino.
Gianmaria era scomparso di nuovo.
Così mi misi a investigare sulla data e sui messaggi inviati e ricevuti.
Scoprii che il 23 aprile – oltre che segnare la nascita di mia figlia Olivia, quattro anni dopo – per pura coincidenza era lo stesso giorno in cui ordinai il mio primo scanner di pellicola e quindi quelle foto erano anche, con tutta probabilità, le prime che avessi mai digitalizzato. In più, come per sortilegio, i messaggi scambiati con Paola erano scomparsi dalla cronologia di facebook. Letteralmente evaporati.
L’ennesima sparizione.
Dopo una giornata trascorsa a fare a testate contro l’evidenza decisi di lasciar perdere. C’era poco da insistere, del resto: Gianmaria Testa non c’era più e quel groppo alla gola che ti prende in certe tristi occasioni non se ne sarebbe certo andato riguardando due foto, pensai.
Poi, oggi, dopo un giorno passato a letto per un pessimo malanno stagionale, ho deciso di lasciar perdere il buon senso e ricontrollare sistematicamente ogni foglio. Tutti quelli dopo, uno per uno, poi quelli precedenti, due, tre, cinque, dieci…
Trenta.
Trenta fogli prima, incomprensibilmente, quelle foto erano lì. Come se tutto fosse successo oltre due anni prima. Come se io, a fine 2007, avessi sviluppato, tagliato e archiviato – numerandolo – un rullo scattato nel 2010.
Al momento, credetemi, non riesco a spiegarlo logicamente. Ma su una cosa mi sbagliavo: le foto ce l’hanno, un potere curativo. Quando le ho viste non mi ha colto la tristezza ma ho sorriso, quasi sollevato; devo aver pensato qualcosa come «Eccolo, non è scomparso. È lì.» e quel senso d’angoscia che provavo ormai da diversi giorni è come svanito. E mi piace pensare che, in un modo o nell’altro, Gianmaria non se ne sia andato davvero ma si sia solo nascosto da qualche parte, in attesa che qualcuno lo ritrovi e sorrida.
In questi giorni ho letto molti articoli e quasi tutti corrono facili con la mente a «Lasciami andare». Io invece, quando ho avuto la notizia, ho istintivamente pensato a quelle tracce impercettibili lasciate dalle traiettorie delle mongolfiere; a quel senso di incertezza che accompagna le nostre vite, quel dubitare lieve e persistente su ciò che è e ciò che dovrebbe essere.
Si sarebbe rivelato profetico, in questa curiosa vicenda di scomparse e coincidenze.
Nel punto esatto in cui sarebbe logico scrivere la parola «addio», beh, ora non me la sento più di metterlo davvero nero su bianco.
E questo, forse, è il suo ultimo regalo.

a guardarle sono quasi immobili
lune piene contro il cielo chiaro
e l’uomo che le sorveglia, adesso,

non é più sicuro
se veramente sono mai partite
oppure sono sempre state lì
senza legami, colorate e immobili
così

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U.F.O. – (Unidentified Fantastic Object)

E con questa passiamo alla seconda serie, di nuovo l’HP5+, di nuovo un tiraggio. Stavolta si tratta di una macro, fatta con l’anello invertitore e quella santa lente del 50mm f/1.7 rovesciata.
Ma sapete dirmi cos’è questo oggetto? (ovviamente chi lo sa perché mi conosce è escluso dal gioco e se lo dice gli formatto l’hard disk).
So here’s the second series, it’s HP5+ again, another pushed roll. This time it’s a macro, done by inverting that holy 50mm f/1.7 lens by means of an inverter ring.
But can you tell what’s this object? (it’s obvious that those who know that just because they know me are excluded from the puzzle and if they just tell the correct answer I’m gonna format their hard drive).
Shot on HP5+ [email protected] (+2) with a Pentax MX, 50mm f/1.7 inverted lens with an inverter ring for macro work

Turkey in film

Non mi sarei perdonato mai di fare un viaggio e non portare una – una sola – delle mie macchine fotografiche tradizionali. La pellicola si interfaccia diversamente con la realta’ e registra le immagini in maniera differente, ogni pellicola ha le sue caratteristiche e questa volta e’ toccato alla Pentax MX, equipaggiata di qualche rullino b/n di Ilford HP5+ e, per la prima volta, della Pan-F 50 a bassa sensibilita’ poiche’ immaginavo di avere a che fare con molta luce. Per lo stesso motivo avevo portato una pellicola Fuji Velvia 100 per diapositive, piuttosto cara, che e’ rimasta inutilizzata perche’ come ormai sapete abbiamo trovato un tempo piuttosto brutto. Tuttavia, la Pan-F e la HP5+ hanno trovato modo di farsi valere, e qui di seguito potete finalmente vedere una selezione di scatti. Buona visione!

I would never have forgiven myself if I traveled without carrying one – just one – of my traditional cameras. Film connects differently with reality and records images in a different way, every film has its specs and this time it was the turn of the Pentax MX, equipped with some rolls of Ilford HP5+ and, for the first time, low sensibility Pan-F 50 because I imagined to front bright light. That’s why I brought a Fuji Velvia 100 slides film, pretty expensive, which stayed unused because as you know we found an awful weather. Nonetheless, the Pan-F and the HP5+ had the chance to show their value and you can find here a selection of my shots. Enjoy the show!

Hai bisogno di un Corano? Nessun problema. Non e’ come la Bibbia, qui basta andare al mercato e se ne trova di tutte le dimensioni e di tutti i prezzi. E’ vero, la religione permea ancora la cultura turca, ma in una maniera tanto quotidiana da passare inosservata. Beh, almeno finche’ non si incontra uno di questi banchetti.

Do you need a Qur’an? No problem. It’s not like searching a Bible, here you just have to go to the market and you find them in every imaginable size and price. That’s true, Turkish culture is still soaked into religion but in such an ordinary way that’s almost unnoticeable. Well, until you find one of these stands.

Pubblicita’ e moda sono ormai cosa normale, e perfino nella corte di un vecchio caravanserraglio ormai inglobato nel Gran Bazar i negozi di abbigliamento ammiccano come nelle citta’ europee; siamo sempre nel Gran Bazar, comunque, e il turco che vi offre te’ e narghile’ non sembra preoccuparsene troppo.

Advertising and fashion are usual now, and also in the open space of a caravanserai now included into the Grand Bazaar the clothes’ shops wink as if you was in an european city; but we’re still into the Grand Bazaar, however, and the Turk offering tea and waterpipes doesn’t seem to care too much.


Il rito delle abluzioni alla Yeni Camii, la moschea nuova.

The washing ritual at Yeni Camii, the new mosque.


La pellicola registra decisamente le emozioni. Sultanahmet. Cara vecchia pellicola.

Film definitely records emotions.
Sultanahmet. Dear old film.

La Turchia e’ il paese del bacino del Mediterraneo che pesca piu’ pesce in assoluto, visto che non ha alcun regolamento. La cosa buffa e’ che praticamente non lo consuma, se non un po’ di pesce azzurro, palamite e sardine.

Turkey is the country in the Mediterranean basin which fishes mostly, lacking any rule. What’s funny is that fish is not eaten much, apart from a little blue fish, palamuts and sardines.

La Turchia e’ anche e soprattutto commercio. Ogni cosa e’ commerciabile, ogni cosa va contrattata e ovunque e’ mercato. Vale, piu’ che in ogni altro posto, la legge di chi urla piu’ forte.

Turkey is also and mostly trade. Everything can be sold, everything must be bargained and every place is a market. The rule, more than in any other place, is shouting louder to win.

Volete dare un’aria orientale ai vostri cuscini? Ecco fatto, non avete che da scegliere.

Wanna give an eastern look to your pillows? Here’s everything, you just choose.


Contrasti tra il sacro e il profano, tra la cultura e il commercio di massa.

Contrasts between sacred and profane, between culture and mass trading.

La stazione di Konya era cosi’ inondata di una luce dorata che non ho potuto fare a meno di scattare anche con la pellicola; premiato, in questo caso, dall’arrivo di un bambino a dare un senso e una proporzione alle valigie in attesa.

Konya railway station was such flooded by golden light that I couldn’t but shoot some film; awarded, in this occasion, by a sudden child giving a meaning to those waiting suitcases.

Il senso del viaggio e’ lo spostamento stesso; la coda del treno aiuta a capire che per vedere posti nuovi occorre lasciarsi alle spalle i posti che ci hanno ospitati, affascinati, fatti sentire a casa anche solo per un momento.

The meaning of traveling is the travel itself; the end of the train helps us to understand that to see new places we have to leave behind those which hosted us, fascinated us and made us feel at home even if just for a moment.

Il senso della morte, invece, e’ del tutto diverso dal nostro. La morte e’ un accadimento comune ed e’ per questo che non e’ raro trovare in piena citta’ delle tombe nei minuscoli vuoti urbani tra un’abitazione e l’altra, come piccoli giardini.

The sense of death, instead, is entirely different from ours. Death is a common happening and this is why it’s not uncommon to find graves downtown into those tiny urban gaps between a dwelling and another, like small gardens.

La religione e’ vissuta in maniera completamente diversa, come di fronte a questa moschea a Konya.

Religion is felt in a completely different way, like in front of this mosque in Konya.

I turchi non bevono molto caffe’, piuttosto bevono tonnellate di çay ovvero te’. Un te’ rosso che scandisce ogni singola azione della loro vita. Non rifiutate mai un bicchierino di te’, vi sentirete a vostro agio e poi e’ molto buono. Ah, e sicuramente riusciranno a farvi comprare qualcosa!

The Turks don’t drink too much coffee, but do drink tons of çay, that’s tea. A red tea which paces every single action of their lives. Never refuse a glass of tea, you’ll feel at ease drinking it and it’s really good. Oh, and you’ll surely get tricked into buying something!

Un improvviso scroscio di pioggia ti costringe in una piccola corte; la merce appesa riempe tutto lo spazio; dall’angolo rialzato attraverso la vetrata di un locale i narghile’ siedono oziosi ed educatamente in fila, in attesa di essere caricati ed usati. Sotto al portico e’ bello rendersi condo di sentirsi un po’ a casa.

A sudden shower forces you to enter a small court; hanging goods fill all the space; from the risen corner, through the large window of a lounge, the waterpipes sit lazy in a polite queue, waiting to be loades and smoked. Under the arcades it’s nice realizing to feel a bit at home.

Omaggio ai fanatici – Homage to fanatics

Qualche tempo fa ho pubblicato un articolo riguardo alla inutile proliferazione di foto insulse, commentato da una foto di girasoli del tutto inusuale. Quello stesso campo di girasoli, ora, mi servira’ per controbattere a tutti i fanatici dell’attrezzatura, i maniaci della performance, tutto quel branco di esaltati che fara’ di tutto per convincervi del fatto che non possiate pensare di scattare con una piccola compatta, o continuare con la pellicola, o addirittura azzardarvi a sostenere che si possa campare bene (se non meglio) anche senza luminosissimi zoom grandangolari asferici, cavalletti dalla testa sferica piu’ pesante e costosa del corpo macchina e sensori stabilizzati.
A tutti loro dedico questo scatto di fine estate che allarga la vista su quella texture di gambi e ne mostra la reale collocazione, esalta la prospettiva e da’ un’idea del set.
Questa foto e’ l’esempio lampante di quanto poco basti per fare fotografia; ingredienti: una piccola compatta a pellicola, la Yashica Partner, obiettivo da 38mm privo di messa a fuoco; si tratta della mia prima macchina fotografica. Dentro, una pellicola per diapositive Kodak PressChrome 100 ASA, tanto scaduta che credo non venga piu’ neanche prodotta. Scansione con un terribile NikonScan LS2000 pieno di polvere, su interfaccia SCSI, e conversione b/n via software.
A me piace cosi’, e sapete quanta pellicola ci si compra con quei 2500 euro di attrezzatura risparmiata?
Vale la pena di chiedersi perche’ scattiamo foto, ogni tanto.

Some time ago I posted an article on the useless proliferation of uninteresting pictures, illustrated by a completely unusual photograph of sunflowers. That very same sunflowers field will now serve to answer back to all those gear fanatics, performance maniacs, all that flock of exalted people which will do its best to let you believe you can’t shoot photographs with a small compact camera, or keep on using film, or even try to state that you can live nicely (if not better) without extra bright aspherical zoom lenses, tripods which mount a heavier and more expensive spherical head than the camera’s body, and stabilized sensors.
This late summer shot which enlarges the view on that stems texture showing their actual placement is all for them; it exalts perspective and gives an idea of the set.
This photograph is the clear example of how few one needs to be a photographer; ingredients: a small film compact camera, the Yashica Partner, a 38mm non-focusing lens; it was my first camera. Inside, a Kodak PressChrome 100 ISO film for slides, so expired that I think they neither produce it anymore. The scan has been done with a terribly dusty NikonScan LS 2000 on SCSI interface converting to b/w via software.
I like it this way, and do you know how much film can you buy saving 2500 Euros of gear?
It’s worth wondering why we photograph, now and then.