La Casa degli Omini

Quando ci siamo trasferiti, nonostante tutti i problemi dovuti al rumore, all’umidità, al fatto di vivere in un condominio bizzarro e a tutto l’inquinamento che l’incrocio della provinciale può portare in casa, un po’ di nostalgia ha iniziato a farsi sentire. Non tanto perché in quella casa abbiamo mosso i primi passi come famiglia, quanto perché la follia psichedelica di vivere attorniati da quindici semafori ne ha caratterizzato il nome e l’essenza stessa. Quindici, alcuni abbattuti dal vento del marzo 2015, altri affiancati da telecamere girevoli proprio all’altezza del terrazzo, sempre lì con noi a colorare le serate, a illuminare le stanze, a regalarci spettacoli scintillanti di pioggia battente che ci rimbalza sopra o ondeggiare pericolosamente durante le burrasche; quindici buffi dispositivi che hanno dato a quell’appartamento l’ormai familiare nome di “Casa dei Semafori”.

La casa in cui ci siamo trasferiti è diversa. Niente condominio, un ingresso al piano terra, un giardino intorno, e nonostante ci troviamo a margine di una rotatoria (niente semafori dunque) il traffico sembra distante, un po’ per la siepe e un po’ per gli infissi nuovi e piuttosto efficienti. Restava il dubbio di come chiamarla. Come mi riferisco a questa casa, nel parlarne con gli altri? Come determino l’esistenza di questa casa come luogo e non solo come edificio in cui vivere? Potevo fare riferimento al fatto che ci sono due numeri civici distinti, uno attuale e uno appartenente alla vecchia numerazione dismessa. O alla rotatoria, e alla grottesca scultura bronzea di un gallo che sormonta un enorme nocciolo di pesca in marmo che ne segna surrealmente il centro. O ai due enormi pini che fiancheggiano il cancello d’ingresso e incombono minacciosi sul tetto.

Il dilemma mi divorava finché uno di questi giorni, nel salotto in cui una ampia e luminosa finestra a scorrere mi invita a godermi la luce bassa del tardo pomeriggio, non ho scorto loro.
Gli Omini.

Stanno lì, immobili, e guardano dentro. Lo so, che guardano dentro. Scioccamente indifferenti, come se davvero dovessero segnalare la presenza della pista ciclopedonale o dell’attraversamento stradale, sono girati verso casa e cercano il mio sguardo. Altrimenti per quale motivo il cartello avrebbe quella posizione? Il comune vuole forse ricordarmi che, se esco di casa, posso attraversare la strada? No. Sono loro, gli Omini, che cercano complicità, qualcuno con cui scambiare un’occhiata, un cenno di approvazione per il loro lavoro, un rapido riferimento al tempo che va peggiorando o al sole che timido si fa vivo di nuovo dopo una settimana di pioggia.

Ormai siamo amici, specialmente con Uno. Sì, li chiamo così: Uno, Due e Tre, i tre omini che su questo lato della rotatoria fanno comunella e guardano cosa succede in casa, se adobbiamo per il Natale o se prepariamo qualcosa di buono. Uno è proprio di là dalla siepe, è un tipo tranquillo, riservato ma simpatico; se volete ve lo presento, basta che passiate a trovarmi qui, alla Casa degli Omini.

L’ultimo giorno di scuola


E così anche quest’anno scolastico è finito, tra gli applausi dei ragazzi, suppliche di tornare l’anno prossimo e proposte di petizioni per la riconferma. Sarebbe bello che i ragazzi potessero decidere, o che potessero almeno avere voce in capitolo; un po’ in nome della continuità didattica di cui si parla come si può parlare di Babbo Natale, un po’ perché forse ne sanno più loro di un’arida e triennale graduatoria provinciale, un po’ perché ci sono colleghi in gamba con cui fare squadra e le squadre non le smembri ogni sei mesi. Però c’è la Buona Scuola (dice) a pensare a tutto; quella che per accedere al percorso propedeutico all’insegnamento ti chiede non solo di avere già le competenze che il percorso ti dovrebbe insegnare ma disconosce in blocco quelle acquisite, che invece qualche anno fa riteneva fondamentali per poterti laureare ed esercitare una professione.
Comunque chi se ne frega, ho preso il bicchiere più grosso che ho, doppia dose di Bombay, tonica, limone, menta fresca e rim salato.
In bocca al lupo, ragazzi.

Relax

Tra i miei concetti di relax c’è questo; un platano, prato asciutto su cui sedersi, la linea del tronco che si raccorda col terreno e ti permette di stare appoggiato comodamente, a metà mattinata, dopo un caffè corretto sambuca (al vetro) e una sfoglia al riso, con una rondella di kentucky in una buona pipa e l’arietta che ti salva dall’afa. Alzi gli occhi in alto e vedi questo. Rami, foglie, la certezza di qualche minuto in santa pace.
Lo pensavo prima, che ne ero distante, l’ho pensato da adulto e professionista, da lavoratore “di fatica” e continuo a pensarlo ora che da un anno lo sono anche io: quello dell’insegnante, nonostante le rotture di coglioni, i tempi morti, la pesantezza di testa in certe giornate, le assurdità e le incongruenze, certa intollerabile incompetenza e fortunatamente poche piccole frustrazioni del tutto tollerabili, beh, quello dell’insegnante è un mestiere privilegiato.
Datemi retta.

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Just like Ueno

sushi

Esattamente sei anni fa passeggiavo per le strade di Ueno, il quartiere popolare di Tōkyō, e ogni anno quando arriva novembre non faccio che girarmi in qua e in là per guardare le foglie sugli alberi, pensando che a pranzo, col freddo che ormai è arrivato, una bella ciotola bollente di udon non sarebbe poi male. Così oggi, in pausa pranzo, giusto per alimentare questa specie di nostalgia sognante, ho deciso di fare qualcosa di tipicamente giapponese: comprarmi il bentō al supermarket. Certo, non è un piccolo konbini e la birra che ci bevo insieme non è una Asahi ma concettualmente è davvero tutto perfetto. Mangiare fuori casa, il sushi spogliato di quella costosa sacralità che noi gaijin riteniamo necessaria per poterlo considerare buono, l’accoppiata classica con una birra o con l’acqua fredda e non con bevande assurdamente esotiche come un sake, tutto questo è così giapponese. E piccole sciocchezze come il contenitore per la shōyu a forma di pesce esattamente come trovereste laggiù o su un volo della JAL, mangiare su una panchina sotto platani attentamente potati ad ombrello e coreografati con bastoni di legno a dare il giusto verso a ciascun ramo, rendono un pranzo di un quarto d’ora simile a una macchina spazio-tempo.
Basta poco.
È che noi, quaggiù, mitizziamo tutto; l’esatto contrario dell’approccio giapponese, che fa dell’ordinario la massima straordinarietà.
Come un pezzetto di pesce su un pugnetto di riso. 
Exactly six years ago I was walking through Ueno streets, in Tōkyō’s working class district, and every year when November comes I turn my head around looking at the leaves on the trees, thinking that in this cold weather I wouldn’t dislike a hot bowl of udon. So today, at lunck break, just to feed this sort of dreamy nostalgia, I decided to do something tipically Japanese: buying my bentō at the supermarket. Sure, t ain’t a small konbini and the beer I drink with it is not an Asahi but everything is really conceptually perfect. Having my lunch out, that sushi deprived of that expensive sacredness that we gaijin believe to be necessary to be able and rate it good, the classic pair with a beer or cold water and not with weirdly exotic drinks like sake, all this is so Japanese. And little trifles like the small fish-shaped shōyu bottle as you can find there or on board of a JAL flight,having lunch on a bench under carefully pruned plane trees which someone arranged with wooden sticks to direct each single branch, transform a fifteen minutes lunch in a space-time machine.
It’s enough.
The fact is that we, here, idealize everything; the exact opposite of  the Japanese approach, which finds the greatest uniqueness into the ordinary.
Just like a bit of fish on top of a handful of rice.

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Brexit

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Non si parla che di Brexit in questi giorni.
A me viene in mente che i simpatici amici Inglesi, se tanto vogliono fare il Giappone europeo e ritirarsi nella loro bella isola, prendendo le distanze dal resto del mondo, potrebbero innanzitutto cominciare vendendo le loro belle case di Cefalonia e lasciando l’isola ai greci.  Abbandonando il “Chiantishire”, che già ne avevamo abbastanza di spocchia nostrana. Oppure restituendo quei due terzi dell’Ulster agli irlandesi,;

perché l’Europa farà anche schifo ma a quanto pare qualche pezzetto in quà e in là si può anche prendere fischiettando e sbattendosene un po’ di tutto, cultura, lingua e religione comprese.
E mi tornano in mente quelle strofe di una vecchia ballata, “Young Ned of the hill”, che ogni tanto bisogna ascoltare a volume sostenuto.

A curse upon you Oliver Cromwell
you who raped our Motherland
I hope you’re rotting down in hell
for the horrors that you sent
to our misfortunate forefathers
whom you robbed of their birthright
“To hell or Connaught” may you burn in hell tonight

Picture by User:Caomhan27 – Opera propria based on publicly-available information, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=28135701