L’ultimo giorno di scuola


E così anche quest’anno scolastico è finito, tra gli applausi dei ragazzi, suppliche di tornare l’anno prossimo e proposte di petizioni per la riconferma. Sarebbe bello che i ragazzi potessero decidere, o che potessero almeno avere voce in capitolo; un po’ in nome della continuità didattica di cui si parla come si può parlare di Babbo Natale, un po’ perché forse ne sanno più loro di un’arida e triennale graduatoria provinciale, un po’ perché ci sono colleghi in gamba con cui fare squadra e le squadre non le smembri ogni sei mesi. Però c’è la Buona Scuola (dice) a pensare a tutto; quella che per accedere al percorso propedeutico all’insegnamento ti chiede non solo di avere già le competenze che il percorso ti dovrebbe insegnare ma disconosce in blocco quelle acquisite, che invece qualche anno fa riteneva fondamentali per poterti laureare ed esercitare una professione.
Comunque chi se ne frega, ho preso il bicchiere più grosso che ho, doppia dose di Bombay, tonica, limone, menta fresca e rim salato.
In bocca al lupo, ragazzi.

Babbo

La festa del babbo è trovare una strategia per fare in modo che nessuno turbi la tua pace. Il che, ovviamente, include far felice la mamma, che non avrà nulla per cui brontolare.
Quindi cosa c’è di meglio che preparare patatine fritte e moules marinières alla normanna (ovvero con una consistente dose di crème fraîche) accompagnati da una birra alsaziana fresca e abbondante?
Non fosse per il mal di gola e abbassamento di voce che mi tormenta da una settimana, il top sarebbe accendere la mia pipa preferita con una robusta carica di Virginia fermentato, ma non si può avere tutto. Accontentiamoci di quasi tutto.

Relax

Tra i miei concetti di relax c’è questo; un platano, prato asciutto su cui sedersi, la linea del tronco che si raccorda col terreno e ti permette di stare appoggiato comodamente, a metà mattinata, dopo un caffè corretto sambuca (al vetro) e una sfoglia al riso, con una rondella di kentucky in una buona pipa e l’arietta che ti salva dall’afa. Alzi gli occhi in alto e vedi questo. Rami, foglie, la certezza di qualche minuto in santa pace.
Lo pensavo prima, che ne ero distante, l’ho pensato da adulto e professionista, da lavoratore “di fatica” e continuo a pensarlo ora che da un anno lo sono anche io: quello dell’insegnante, nonostante le rotture di coglioni, i tempi morti, la pesantezza di testa in certe giornate, le assurdità e le incongruenze, certa intollerabile incompetenza e fortunatamente poche piccole frustrazioni del tutto tollerabili, beh, quello dell’insegnante è un mestiere privilegiato.
Datemi retta.

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Good Vibrations

good

Poco più di cinquant’anni fa, nell’ottobre del ’66, usciva Good Vibrations. Immerso in un periodo decisamente fecondo della storia dei Beach Boys e soprattutto del poliedrico Brian Wilson, quello che agli occhi di tutti, allora e nei decenni a venire, sembrò ed è sempre sembrato un commerciale pezzo di surf rock destinato al consumo radiofonico e in generale a una fruizione “leggera” è, a un’analisi più profonda e nel cuore degli appassionati, un piccolo gioiello musicale. I tre minuti e trentanove secondi di Good Vibrations, allora dichiaratamente architettati per costituire quella che lo stesso Wilson definì una “pocket symphony”, rappresentano quanto di più complesso la musica, le tecniche di registrazione e sovraincisione e le sperimentazioni sonore potessero offrire all’epoca. Basti pensare che per quella manciata di secondi le ore di registrazione da cui distillare, concentrare e spesso estrarre un singolo suono furono oltre novanta, con sezioni vocali di pochi secondi, spesso anche meno di cinque, contenenti fino a trenta overdub. Le tecniche di sovraincisione furono portate all’estremo e la sperimentazione di Wilson sui nuovi suoni iniziata col precedente “Pet sounds” – in cui vennero utilizzati campanelli da bicicletta, campionamenti di cani, bottiglie di Coca Cola e una miriade di altri suoni inconsueti – e approdata in questo “Smiley smile” ridotto all’osso nel quale si sente persino Paul McCartney che mastica carote, giunse al suo geniale apice espressivo. Ci sarebbero voluti ancora più di quarant’anni perché Brian Wilson decidesse di presentare, anticipandolo con una tournee solista, quello che SMiLE – il più evanescente concept album della storia del rock e originario contenitore di Good Vibrations – era finalmente diventato, sebbene piuttosto differente da quanto inizialmente concepito. La successiva pubblicazione, nel 2011, delle “Smile sessions” che avrebbero dovuto quantomeno dare un’idea approssimativa di cosa SMiLE avrebbe potuto essere nel ’67, non fecero che confermarmi quello che in definitiva avevo sempre pensato: Good Vibrations È SMiLE. Quel pezzo è tutto ciò che veramente ci resta di un album che nessuno mai potrà più ascoltare.
Così, quando sento liquidare i Beach Boys come un gruppetto di surfisti o come musica da tre soldi, specialmente in un’epoca in cui la musica da tre soldi straborda da ogni canale radiofonico e televisivo, non mi arrabbio neanche. Penso a Good Vibrations, a Brian Wilson, e sorrido compiaciuto della certezza che il vecchio Brian, con tutta questa sovrabbondante, superflua cacofonia musicale e un Ampex a otto tracce, potrebbe perfino creare un nuovo scintillante gioiello.

Just like Ueno

sushi

Esattamente sei anni fa passeggiavo per le strade di Ueno, il quartiere popolare di Tōkyō, e ogni anno quando arriva novembre non faccio che girarmi in qua e in là per guardare le foglie sugli alberi, pensando che a pranzo, col freddo che ormai è arrivato, una bella ciotola bollente di udon non sarebbe poi male. Così oggi, in pausa pranzo, giusto per alimentare questa specie di nostalgia sognante, ho deciso di fare qualcosa di tipicamente giapponese: comprarmi il bentō al supermarket. Certo, non è un piccolo konbini e la birra che ci bevo insieme non è una Asahi ma concettualmente è davvero tutto perfetto. Mangiare fuori casa, il sushi spogliato di quella costosa sacralità che noi gaijin riteniamo necessaria per poterlo considerare buono, l’accoppiata classica con una birra o con l’acqua fredda e non con bevande assurdamente esotiche come un sake, tutto questo è così giapponese. E piccole sciocchezze come il contenitore per la shōyu a forma di pesce esattamente come trovereste laggiù o su un volo della JAL, mangiare su una panchina sotto platani attentamente potati ad ombrello e coreografati con bastoni di legno a dare il giusto verso a ciascun ramo, rendono un pranzo di un quarto d’ora simile a una macchina spazio-tempo.
Basta poco.
È che noi, quaggiù, mitizziamo tutto; l’esatto contrario dell’approccio giapponese, che fa dell’ordinario la massima straordinarietà.
Come un pezzetto di pesce su un pugnetto di riso. 
Exactly six years ago I was walking through Ueno streets, in Tōkyō’s working class district, and every year when November comes I turn my head around looking at the leaves on the trees, thinking that in this cold weather I wouldn’t dislike a hot bowl of udon. So today, at lunck break, just to feed this sort of dreamy nostalgia, I decided to do something tipically Japanese: buying my bentō at the supermarket. Sure, t ain’t a small konbini and the beer I drink with it is not an Asahi but everything is really conceptually perfect. Having my lunch out, that sushi deprived of that expensive sacredness that we gaijin believe to be necessary to be able and rate it good, the classic pair with a beer or cold water and not with weirdly exotic drinks like sake, all this is so Japanese. And little trifles like the small fish-shaped shōyu bottle as you can find there or on board of a JAL flight,having lunch on a bench under carefully pruned plane trees which someone arranged with wooden sticks to direct each single branch, transform a fifteen minutes lunch in a space-time machine.
It’s enough.
The fact is that we, here, idealize everything; the exact opposite of  the Japanese approach, which finds the greatest uniqueness into the ordinary.
Just like a bit of fish on top of a handful of rice.

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